Storia
BRANCALEONE DALLA NASCITA
(testo del dr. Vincenzo De Angelis, Brancaleone)
Tra il V ed
il VI secolo, assieme ai trasferimenti dei condottieri e combattenti di
ventura che venivano dall'Oriente, si accompagnavano preti e monaci
greci, appartenenti all'ordine dei Basiliani.
L'arrivo dei monaci
basiliani nella Bovesia o nel comprensorio dell'antica diocesi della
città di Bova, di cui fa parte la terra di Brancaleone, è stato di
notevole importanza, in quanto, probabilmente alcuni centri urbani
sono sorti per la loro presenza e per le opere di beneficenza che
prestavano. Secondo il Natoli, cronista e storico attendibile,
l'attività economica e culturale dei monaci basiliani contribuì,
in modo profondo, ad arricchire la civiltà locale di nuovi elementi
culturali, provenienti dal mondo greco-orientale. Ne derivarono forme
nuove di civiltà nei costumi, nei riti religiosi, nella lingua, di
straordinaria originalità.
Favorito dalla "grecanicita'" locale, il
monachesimo ebbe un notevole sviluppo; molti furono conventi e chiese
da loro costruiti, e i loro resti costituiscono un patrimonio di
notevole valore storico ed artistico.
In un primo momento si
adattavano ad abitare nelle varie grotte scavando dei cunicoli
comunicanti per non essere preda delle scorrerie barbariche e saracene,
successivamente nel periodo dei normanni, intorno al XI e XIIsecolo
costruivano e dimoravano nei monasteri.
I monaci basiliani, molti
dei quali erano dotati, oltre che di straordinario spirito di
iniziativa, di cultura "greco-orientale", vivevano una vita di
penitenza e di preghiera, ma anche si dedicavano ai lavori manuali,
all'apicoltura al lavoro nei campi, sempre disponibili a dare aiuto
materiale e morale alle popolazioni locali, che si avvicinavano a loro
con grande fiducia, fino a formare in vicinanza dei monasteri veri e
propri agglomerati urbani.
Probabilmente anche Brancaleone Superiore
è sorto con l'aiuto dei monaci: si ha infatti notizia che le grotte di
Brancaleone scavate nella roccia, sono di quell'epoca, che verso la
fine del 1300 vi era un monastero con otto monaci, che nel 1310 vi era
una chiesa protopapale a Pressoceto, si ha anche notizia che S.Maria di
Tridetti, famoso monumento bizantino (chiesa e convento) nella terra di
Brancaleone, versava la decima alla diocesi di Bova. Inoltre il Natoli
scrive :"Ricordo di aver letto un testamento greco del 1200 in cui
l'abate manifestava la volontà di cedere i suoi beni col patto che
sopravvivendo alla moglie, fosse un giorno ricevuto come frate. Così
nacquero i beni semplici come San Nicola di Brancaleone (chiesa
granciale)."
Secondo quanto scrive Sebastiano Stranges in "Calabria
sconosciuta" (n. 69 gennaio-marzo 96), le grotte di Brancaleone
Superiore sono delle chiese-grotte.
"Una chiesa grotta è ancora
intatta con un pilastro centrale e motivi architettonici che si
dipartono dal pilastro e corrono sulla volta. Ad oriente è ancora
visibile quel che rimane di un altare e sul suo lato destro, una croce
graffita con ai piedi della stessa un pavone stilizzato nell'atto di
reverenza verso il sacro simbolo. Essenzialmente la grotta è
tipologicamente affine alle "grotte chiesa" dell'Anatolia.
A Brancaleone altre grotte, sono presenti anche distanti dal centro
abitato. Una tra le più interessanti è ubicata sempre a nord nella
parte bassa della formazione rocciosa nei pressi della pista per i
piani di Campolico. Questa grotta presenta tre croci graffite, delle
quali una di stile diverso. "
Per quanto riguarda il nome,
anticamente la terra di Brancaleone si chiamava Sperlinga o Sperlonga,
dal latino Spelunca e dal greco Spélugx, con il significato di caverna
o spelonca.
Le origini di Brancaleone Superiore, risalgono
presumibilmente al VI-VII secolo, con la presenza dei monaci che
vivevano in chiese-grotte, ancora visibili; sopra di esse fu costruito un castello,
presumibilmente intorno all'anno 1300: un originale castello medievale,
non lontano da reperti archeologici sia della Magna Grecia e sia
dell'epoca Romana.
Considerando la presenza delle chiese-grotte,
probabilmente l'antico nome di Brancaleone, e cioè Sperlinga o Sperlonga
era stato dato in base allo specifico significato della parola, sia che
derivi dal greco sia che derivi dal latino: caverna o spelonca.
Intorno al 1300 veniva dato il nome di Brancaleone; sulla precisa
derivazione di questo nome non abbiamo nessuna certezza, ma soltanto
qualche ipotesi, fatta da vecchi autori, come il Barrio, secondo il
quale il nome di Brancaleone potrebbe derivare dalle zampe anteriori
del leone, volgarmente dette branche; altra ipotesi è che il nome sia
stato dato per la presenza in questa zona del fiore di una pianta
chiamato "boccaleone", poichè qualche vecchio autore ha scritto di
Brancaleone chiamandolo Boccalionem.
Anche noi abbiamo azzardato
una nostra ipotesi per quanto riguarda il nome di Brancaleone, e cioè
che il nome sia stato dato in onore e per riconoscimento al valore
militare di un miles che portava proprio tale nome.
Consultando i
registri angioini presso l'Archivio di Stato di Reggio Calabria si nota
che intorno al 1300 un cavaliere di nome Andrea Brancaleone, discendente
dell'antica e nobile famiglia del principe della Massa Trebaria nel
Pesarese, era presente, prima in Calabria e successivamente in Sicilia.
Inoltre, abbiamo notato, consultando i registri quinternioni presso
l'Archivio di Stato di Reggio Calabria, che nel 1566, per un certo
assenso, alla vendita fatta da un certo don Carlo Spinello "cum pacto
de retrovendita", a Pietro Iacono Brancaleone della "terra di Santa
Cristina e dei suoi casali".
Quindi possiamo dire di avere la
certezza documentata che intorno al 1500 una nobile famiglia feudataria
con il nome di Brancaleone si trovava in Calabria, e cio' da'
credibilità alla nostra ipotesi.
Nel 1364 la terra di Brancaleone
fu data in feudo ad Antonello Ruffo, discendente dei Conti
di Sinopoli, e a questa casata rimase per quattro generazioni, fino
alla morte di Antonello figlio di Geronimo, avvenuta a Palizzi nel 1515.
Nella prima metà del 1400, Brancaleone aveva vissuto un periodo di
crisi, con un accentuato spopolamento, poichè il feudatario Geronimo
Ruffo chiese una riduzione delle collette per la perdita di molti
fuochi. Nel 1489-1494 Brancaleone faceva parte di quell'elenco di
castelli che Alfonso D'Aragona riteneva di dover fortificare per
potenziare le difese del Regno.
l'ultima discendente dei Ruffo
di Brancaleone è Geronima, la quale va in sposa ad Alfonso de Ayerbo
signore di Simari, il quale diviene signore di Brancaleone.
Quindi
dai Ruffo si passa alla famiglia de Ayerbo d'Aragona, cosi' che la
signoria feudale di Brancaleone, alla morte di Alfonso ( 4 giugno
1520), viene così trasferita nella persona di Michele d'Aragona de
Ayerbo.
Nel 1548 la successione passa al figlio Alfonso, che con
speciale patto vende la baronia a Troiano Spinelli Marchese di Mesoraca.
Il successore, Giovanni Battista Spinelli, considerando il patto
stabilito, rivende la terra di Brancaleone con il suo casale (Staiti)
al predetto Alfonso d'Aragona.
Nel 1571, Don Alfonso de Ayerbo
d'Aragona, conte di Simeri, vende a Don Cristofaro La Rocca, nobile
di Messina, la terra di Brancaleone col suo castello, per ducati 20.000
(cum pacto de retrovenendo).
Ma poco dopo, la detta terra di
Brancaleone viene rivendicata dal conte Alfonso de Ayerbo, che ne fa
vendita per 30.000 ducati, alla nobile messinese Donna Eleonora
Spadafora, consorte di un altro nobile messinese, Federico Stayti,
che per la morte del figlio Andrea, concede poi il possesso di quel
territorio al nipote Federico.
Nel 1592, questo Federico acquista
la terra di Bruzzano, e poi ottiene (10 settembre 1607) il privilegio
del titolo di marchese di Brancaleone con il possesso del suo territorio.
Titolo e territorio passano poi al figlio Diego, che aggiunge al
proprio il cognome d'Aragona.
Morto però senza prole, gli sara'
erede la sorella Ippolita nata a Brancaleone nel 1605, mortavi il 17
aprile del 1674 e fu seppellita nel monastero degli eremitani di
S.Agostino.
Con lei il marchesato di Brancaleone passa in casa
Carafa, avendo ella sposato Vincenzo Carafa, poi divenuto duca di
Bruzzano, figlio di Fabrizio, primo principe del territorio di Roccella.
Di tale famiglia ancora oggi rimane a Brancaleone Marina il palazzo
della la residenza estiva. Con i Carafa, sarà erario della camera
marchesale per Staiti e Brancaleone il barone Don Carlo Bologna.
Erede di Vincenzo e Ippolita sara' Giuseppe che però morira' prima
di avere avuto l'intestazione, cosi'come l'altro successore, Vincenzo
di cui diventa' erede il figlio Gennaro.
Il 9 dicembre del 1774,
l'intestazione viene fatta in nome del legittimo erede, Vincenzo VII
Marchese di Brancaleone, che sara' l'ultimo feudatario, prima
dell'abolizione, per lo meno sul piano formale, delle prerogative di
feudatario.
Nelle antiche carte topografiche, è riportata una
localita', in vicinanza di Brancaleone marina, denominata Torre di
Sperlinga, che ancora esiste.
Su una delle pietre con cui è stata
costruita la torre, si leggeva sino a tempi recenti, una scritta in latino
(M.MIN....Bellum gesse...Sperlungae.....Dux erat.....recatus et
sepoltus), ormai scomparsa, e di incerta decifrazione.
La torre è
stata costruita intorno al 1600 per sorvegliare il tratto di costa
sottostante dalle invasioni saracene, e appositamente era stato
costituito un corpo militare di sorveglianza, con uomini a cavallo
che venivano detti cavallari i quali solitamente appartenevano alle
nobili famiglie del posto. Per mantenere questo corpo militare vigeva
anche un criterio della spesa secondo il quale le popolazioni
residenti entro dodici miglia dal mare pagavano la tassa per intero,
oltre questa distanza la somma veniva dimezzata.
Nel 1605-06,
l'addetto alla sorveglianza era il "torriero" GiovanBattista Marzano;
un secolo dopo, nel 1707, tale compito venne affidato a Carlo de
Lorenzo.
La chiesa madre di Brancaleone Superiore, era la
parrocchia dell'Annunziata, chiesa protopapale, situata, in alto,
al centro del paese; all'interno della chiesa vi era un sotterraneo
dove venivano seppelliti i sacerdoti e qualche nobile del paese; una
leggenda narra di un sacerdote Don Carlo Bologna, seppellito seduto
e legato a una sedia.
Dove c'è l'attuale chiesa, ormai in rovina,
costruita nel 1939, vi era un convento di S.Agostino, e il cronista
storico Bartarelli rileva la bellezza di una più antica chiesa, con
un portale del 1500, con suppellettili sacre antiche, con un altare
in prezioso marmo lavorato.
Sempre a Brancaleone Superiore, e
precisamente nella proprieta' Maddalone, vi è una grotta, larga
all'ingresso un metro, alta m.1.95 e lunga m.1.80; ha due nicchiette:
nella parete destra e in quella di fronte all'entrata. Gli affreschi
sono meglio conservati nelle pareti di fondo; nella nicchia è
raffigurata la madonna in atto di adorazione del bambino, adagiato
in fasce e ai suoi lati sono raffigurati un corteo di Santi e Sante,
martiri, vergini e monaci; lo stile sembra rinascimentale e la foggia
del terzo Santo di destra, un monaco imberbe e con una sottile corona di capelli, è, a differenza del primo di stile
occidentale(una pregevole descrizione della grotta e di un suo
dipinto murale, denominato della "Madonna del riposo" ci ha dato il
professore Domenico Minuto, nel 1966, publicato in "Catalogo dei
monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri).
La
religiosita' e la devozione cristiana, ma soprattutto motivi di
prestigio, portava alcune nobili famiglie a fare costruire
chiese-cappelle nelle loro proprieta' e inoltre festeggiavano
annualmente con festeggiamenti popolari un santo o una madonna.
La famiglia Vitali festeggiava San Giuseppe, i Musitano la Madonna
delle Grazie e i de Angelis la Madonna dell'Immacolata.
Vi era
una chiesa nella localita' denominata S.Costantino, che apparteneva
alla famiglia Manzo, o de Manzi; si legge nel testamento, conservato
negli atti notarili presso l'Archivio di Stato di Locri, che Donna
Grazia Manzo, o de Manzi, dopo aver nominato i suoi eredi, chiede
di essere seppellita sotto l'altare della chiesa di S.Costantino,
di proprieta' della stessa.
Consultando i registri delle chiese
-cappelle soppresse, presso l'Archivio di Stato di Reggio Calabria,
abbiamo notato la registrazione, con data 6 marzo 1793, di una
chiesa cappella dentro il fondo denominato Martello, di proprieta'
di Don Vincenzo de Angelis, e con data 27 marzo 1792 di una chiesa
-cappella nel fondo denominato pantano o vignazza, di proprieta' di
Don Giulio Vitale. Oltre alle chiese-cappelle già nominate, vi erano
la cappella del Santissimo, la cappella della Madonna delle Grazie,
la cappella di S.Leonardo, del Rosario, di S.Anna, di S.Caterina, e
del Purgatorio.
Nel 1740, Brancaleone assieme a Palizzi, Bova,
Bianco, Casignana ed altri paesi, subiva una forte carestia causata
da una invasione di cavallette che avevano distrutto tutto quello
che era stato seminato.
Il terremoto del 1783 provoco' gravi danni
in quasi tutta la Calabria Ultra, a Brancaleone anche se non fu
registrata nessuna perdita umana, vi furono danni per piu' di venticinquemila ducati.
Nel 1799, Brancaleone subi' un forte attacco da
parte dei francesi e dei loro seguaci.
L'ordinamento
amministrativo disposto dal Generale Chianpinnet, nel 1799, includeva
Brancaleone nel cantone di Bova.
Successivamente, la legge francese
del 1806, lo dichiarava Universita' nel cosiddetto governo di Bianco e
distretto di Gerace.
Il riordino del 1811, col quale venivano
istituiti i comuni, lo riconosceva tale ponendolo nel circondario di
Staiti (divenuto centro mandamentale per i paesi limitrofi), ma
dividendo i demani ex feudati ed ecclesiastici che avevano in comune.
Nel 1826 il comune di Brancaleone ottenne il permesso di poter
organizzare una fiera annuale nei giorni 27, 28 e 29 giugno.
Sulla spiaggia di Brancaleone era stato previsto lo sbarco della
spedizione preparata dai fratelli Bandiera, poi affrettata verso la
foce del Neto, molto più a nord.
Nel 1847, anche Brancaleone, al
grido di liberta', ebbe i suoi perseguitati politici.
Nei moti
rivoluzionari del 1847 contro i borboni e a favore della liberta',
Brancaleone non rimase fuori, anzi partecipo' attivamente, specialmente
con Giovanni Medici, il quale si spostava anche nei paesi della fascia
ionica a raggiungere i capi dei moti rivoluzionari, Verduci e Michele
Bello.
Secondo gli atti di polizia, Giovanni Medici e suo cognato
Vincenzo Mesiani, entrarono nella caserma di Bianco riuscendo a prelevare
ai gendarmi, polvere da sparo e moschetti che servivano per la causa.
Oltre a Giovanni Medici e Vincenzo Mesiani, vi erano altri
rivoluzionari come il dottor Giulio Vitale che con trenta uomini armati
raggiunse Michele Bello fino ad Ardore, Antonio De Angelis, Gaetano del
Vecchio, Pietro Musitano, GiovanBattista e Pietro Raso, Silvestro
Terminelli.
Nel 1858, anche a Brancaleone arrivava la linea
telegrafica e Gaetano del Vecchio fu il primo capoposto telegrafico.
Il 13 settembre del 1861 sbarco'il carlista Josè Boryes per tentare
la riconquista del Regno ai borboni; seguì uno sbarco, rimasto senza
esito e impedito sul nascere, di una spedizione organizzata a Marsiglia dal generale
francese Clary a favore dei borboni, poco dopo la proclamazione del
Regno d'Italia.
Una spedizione destinata a fare insorgere la Sicilia
"tradita" dal governo dei piemontesi, fu affidata a Don Josè Boryes,
uno dei piu' accaniti difensori del carlismo in Spagna. Egli sbarco' a
Brancaleone col suo luogotenente, Langloise, gia' capitano degli zuavi
del Papa e con cento spagnoli, nella ferma fiducia che al suo primo
apparire, tutte le popolazioni, sarebbero insorte in favore di
Francesco II.
Brancaleone subi' ulteriori danni nel terremoto del
1905 e dopo il terremoto del 1908, veniva deliberato il trasferimento
dell'abitato da farsi a totale carico dello Stato, ma nel 1928 il
provvedimento deliberato veniva revocato.
Dopo la prima guerra
mondiale (1915-18), vi furono movimenti consistenti per l'occupazione
delle terre. Lo spirito di ribellione, animato dalle forze socialiste,
era tale che un proprietario terriero, l'avv. Antonio Romano, che era
stato candidato alle elezioni politiche su posizioni radicaleggianti,
propose addirittura la costituzione di una milizia della salvezza da
contrapporre alla invadenza delle leghe contadine fondate e dirette
dal socialista dott. Vincenzo de Angelis.
Brancaleone fu luogo di
ispirazione letteraria, in pagine particolarmente significative per
lo scrittore Cesare Pavese, inviato al confino proprio a Brancaleone
dal regime fascista (1935-1936).
Nella vita quotidiana del paese,
vi era una netta distinzione sociale senza mescolanze tra le varie
classi o ceti. Addirittura, gli anziani narravano che durante le ore
di passeggio nella piazza del ponte, la piazza veniva divisa da un
tronco di legno, in modo che i contadini o braccianti si limitavano
a passeggiare nello spazio che gli era stato assegnato. L'economia
del paese era basata sulla pastorizia, sulla produzione della seta e
del lino, sull'agricoltura (soprattutto grano, uliveti e fichi),
sull'apicoltura e sulla cacciagione. I proprietari, o possidenti,erano poche famiglie e mantenevano potere e proprietà contraendo
vincoli di matrimonio con le famiglie dello stesso rango del paese o
dei paesi vicini, e vi era quasi sempre un rapporto di parentela fra
di loro. Gli ufficiali dello stato civile, i capi della polizia
municipale cioè i capi urbani, i sindaci, i notai, i cancellieri e i
preti appartenevano quasi sempre alle stesse famiglie. Nella prima
metà dell'Ottocento, il paese contava tre laureati:il medico Antonio
Piromalli, l'avvocato Vincenzo Mesiano, il farmacista Fortunato
Musitano, nella seconda metà dell'ottocento vi erano il medico Filippo
Vitale, il medico Giulio Vitale, l'avvocato Antonio Romano venuto da
Palizzi, e successivamente il medico Vincenzo De Angelis. Per quanto
riguarda le donne la prima diplomata è stata la maestra Concetta De
Angelis nel 1912, e la prima laureata, la professoressa Pia Lilia
Medici nel 1926, figlia di Domenico e Caterina Musitano.
La maggior
parte delle donne del popolo svolgevano il lavoro di filatrici; altre
in minore numero, erano tessitrici; altre ancora erano contadine e
domestiche. I mestieri degli uomini erano quelli del bettoliere, dello
stagnino, del mulattiere, del cavallerizzo, del mugnaio, del calzolaio,
del muratore, del contadino, del barillaio e l'industriante (cioè
quello che riusciva a sopravvivere senza mestiere ma per lo più
commerciando). Verso la fine del 1800 fu meglio organizzata l'attività
della pesca; fra le prime famiglie di pescatori, si distinguevano
quelle degli Aliano e degli Alessi, quest'ultima originaria di Napoli.
I massari, o mezzadri, appartenevano alla classe media, e per
quell'epoca vivevano in quasi agiatezza. Ancora oggi a Brancaleone
abbiamo una tradizione che i massari ci hanno tramandato, e cioè
l'usanza di donare il pane dopo la commemorazione funebre: un "gesto"
che aveva un significato non soltanto religioso.
Bibliografia
Canonico Pasquale Natoli, "MEMORIE BASILIANE IN DIOCESI DI BOVA"
(monografie inedite)
Gaetano Cingari, "GIACOBINI E SANFEDEISTI INCALABRIA" (casa del libro editrice-RC)
Domenico Minuto, "CATALOGO DEI
MONASTERI E LUOGHI DI CULTO TRA REGGIO E LOCRI (edizioni di storia e
letteratura-Roma)
Jole Mazolene, "FONTI PER LA STORIA DELLA CALABRIA
NEL VICEREGNO 1503-1734 (EDISUD)
ARCHIVIO DI STATO (Reggio
C.)
Valente, dizionario
Visalli
Marconi